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olimpia bossi

VERBANIA - 17-06-2021 -- Il “caso” è deflagrato ieri all’ora di pranzo, quando l’edizione delle 12 del Tg3 ha mostrato, in esclusiva, i due video del disastro della funivia Stresa-Mottarone del 23 maggio. Provengono dal sistema di videosorveglianza interna, sequestrati dalla Procura nell’immediatezza del disastro. Sono filmati di filmati, ripresi dallo schermo di un notebook o di un tablet, forniti da una fonte giornalistica ignota, verosimilmente riservata.

La tv pubblica ha deciso di mostrarli per intero, smuovendo un vespaio di polemiche, non solo per le critiche -materia soprattutto da social network- di comuni commentatori o di personalità pubbliche o istituzionali, ma perché a stretto giro di posta è arrivata la presa di posizione della Procura, in una nota firmata dal procuratore capo Olimpia Bossi (nella foto). Che, nel chiarirne la provenienza -anche indirettamente fugando i dubbi che siano usciti dagli inquirenti- spiega che sono depositati, accessibili agli imputati e ai rispettivi difensori con diritto di prenderne visione e di estrarne copia -“diritti ampiamente esercitati”, scrive-, ma anche “non coperti da segreto istruttorio”.

Ciononostante, la Procura ritiene che la pubblicazione, “anche parziale”, fosse vietata, “trattandosi di atti (…) relativi a procedimento in fase di indagini preliminari”. Nulla si dice sull’eventuale apertura di un fascicolo penale per rivelazione di segreto d’ufficio ma, oltre e al di fuori dagli aspetti legali e procedurali, Bossi parla dell’opportunità di pubblicare i video, soffermandosi su aspetti morali ed etici.

“Mi preme sottolineare la assoluta inopportunità della pubblicazione di tali riprese, che ritraggono gli ultimi drammatici istanti di vita dei passeggeri della funivia, per il doveroso rispetto che tutti, parti processuali, inquirenti e organi d'informazione, siamo tenuti a portare alle vittime, al dolore delle loro famiglie, al cordoglio di una intera comunità”.

Il procuratore capo parla di “indiscriminata pubblicazione”, “soprattutto, come in questo caso, in cui si tratti di immagini dal fortissimo impatto emotivo, oltretutto mai portare a conoscenza neppure dei familiari delle vittime, la cui sofferenza, come è intuitiva comprensione, non può e non deve essere ulteriormente acuita da iniziative come questa”.

 

 

 

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